(+39) 3932047666 (+39) 3205779543 redazione@alteraveritas.it

Chiarimenti e osservazioni sulla comparazione tra Lazzaro e la figlia di Giairo

Chiarimenti e osservazioni sulla comparazione tra Lazzaro e la figlia di Giairo

Posted by

Recentemente ci è stata fatta notare una imprecisione contenuta nel libro De Angelis A. & A., Il figlio segreto di Gesù, Altera Veritas, Tivoli (RM) 2014, pp. 174-176 relativa al parallelo tra la resurrezione della figlia di Giairo, narrata da Lc 8:41-55, e la risurrezione di Lazzaro, descritta in Gv 11:3-54. Nell’analisi proposta in questo contesto, è stata evidenziata una similarità interessante che emerge dal confronto dei due brani di cui supra: prescindendo dal nome dei protagonisti coinvolti nella vicenda della resurrezione (l’anonima figlia di Giaro per Lc, Lazzaro per Gv), la struttura del racconto rimane pressoché inalterata. Ciò lascerebbe ipotizzare che la narrazione dei due evangelisti si riferisse in origine al medesimo episodio, raccontato in maniera differente dai singoli vangeli, ma rimasto invariato nell’architettura complessiva del racconto. A causa di un errore, è stato accidentalmente omesso all’interno del libro il riferimento che riconduce la paternità dell’osservazione al nostro amico e ricercatore Giancarlo Tranfo, autore de La croce di spine, Chinaski Edizioni, Genova 2008, pp. 97-99. Pertanto si è voluto ovviare all’errore con la scrittura di questo breve articolo, cogliendo l’occasione per approfondire l’indagine con un paio di osservazioni ulteriori. Da un rapido confronto tra i rispettivi testi originali in greco antico (nel caso specifico abbiamo preso in considerazione l’ed. di Nestle-Aland) non emerge un parallelo solido e immediato relativamente al lessico, alle espressioni utilizzate e all’uso sintattico degli evangelisti. Questo potrebbe significare che, ammessa come non casuale la corrispondenza strutturale tra i due brani, i due evangelisti non abbiano attinto direttamente dalla medesima fonte l’episodio da essi raccontato. Si direbbe piuttosto che una fonte antica, a noi non pervenuta, sia giunta in forme differenti in due comunità cristiane primitive, diverse quanto a ubicazione e collocazione cronologica, alle quali appartenevano gli autori dei vangeli detti “secondo Luca” e “secondo Giovanni”, i quali, ognuno a modo proprio, hanno provveduto a riscrivere l’episodio mantenendo solo lo scheletro e la struttura dell’antico racconto originale. Si potrebbe anche ipotizzare che la similarità del racconto sia da attribuirsi a una diffusione prevalentemente orale degli episodi relativi alle “risurrezioni” del Gesù neotestamentario presso le antiche comunità cristiane, tuttavia l’assenza di topoi letterali (scil. espressioni ricorrenti, come potrebbero essere quelle presenti nell’Iliade o nell’Odissea, le quali servivano come supporto mnemonico per gli aedi) sembrerebbe smentire, per il momento, questa seconda ipotesi.
Un’altra osservazione interessante è un parallelo che sorge immediato con l’apocrifo vangelo di Filippo:

Coloro che dicono che il signore prima è morto e poi è risuscitato, si sbagliano, perché egli prima è risuscitato e poi è morto. Se uno non consegue prima la resurrezione non morirà, perché, come è vero che dio vive, egli sarà già morto (vangelo di Filippo, 21).

Mentre siamo in questo mondo, è necessario per noi acquistare la resurrezione, cosicché, quando ci spogliamo della carne, possiamo essere trovati nella quiete (vangelo di Filippo, 63).

 

Resurrezione_di_lazzaro,_memmo

Rileggendo i brani di Lc e Gv sotto l’ottica del vangelo di Filippo, risalente intorno alla metà del II secolo, appare evidente come gli episodi delle “risurrezioni” descritte dai vangeli canonici siano da inquadrare sotto un’ottica metaforica e iniziatica. Tuttavia risulta difficile da stabilire con certezza se questa interpretazione della risurrezione contenuta nel vangelo di Filippo fosse nota ad almeno uno degli evangelisti o se piuttosto essa nacque da una lettura dei racconti canonici rivisitata in chiave gnostica da parte dell’autore (o degli autori) del vangelo di Filippo. Senza insistere ulteriormente su questo punto (considerata la natura divulgativa di questo articolo), ci limiteremo solamente a far notare come il carattere iniziatico del vangelo secondo Giovanni potrebbe suggerire come almeno alcuni degli autori di questo vangelo potrebbero aver condiviso la medesima interpretazione metaforica degli autori del vangelo di Filippo – forse ciò si potrebbe spiegare nel caso in cui il vangelo di Giovanni possa aver avuto qualche ruolo o influenza nella nascita dello gnosticismo cristiano.
Una ulteriore osservazione che è possibile compiere riguarda l’instaurazione di un parallelo con l’episodio della resurrezione del figlio di una vedova di Naim, raccontato da Lc 7:11-17.
Confrontando questo episodio con quello relativo alla risurrezione della figlia di Giairo, possiamo notare alcune caratteristiche ricorrenti che potrebbero nascondere un significato più profondo. Notiamo in primis la presenza, in entrambi i racconti, di una folla al seguito di Gesù (cfr. Lc 7:11; 8:42); in secundis si ravvisa una similitudine inerente al lessico e alle formule utilizzate per la narrazione dei due episodi (come, ad es., la ricorrenza del verbo egèiro – secondo l’errata pronunzia scolastica – o egeèroo – secondo la più corretta pronunzia ricostruita dagli studiosi, che seguiremo da ora in avanti), ciò comunque non dovrebbe stupire, considerato che entrambi i racconti vennero scritta dalla stessa mano. Quel che più interessa notare è che in entrambi i racconti i protagonisti “risorti” sono due figli primogeniti (cfr. Lc 7:12; 8:42) seguiti dai rispettivi genitori del sesso opposto: la madre per il figlio primogenito, il padre per la figlia primogenita. Oltre a ciò, entrambi i “risorti” appartengono a una età molto giovane: il figlio della vedova di Naim viene definito neanìskos, vale a dire “ragazzo”, solitamente sulla soglia dei 18 anni; mentre la figlia di Giairo viene definita pàis, cioè “ragazza”. Nel secondo caso Lc 8:42 specifica anche che la ragazza aveva 12 anni. Tuttavia ciò è un dato abbastanza controverso, difatti il numero 12 era molto ricorrente a causa della sua elevata importanza, pertanto ci si dovrebbe chiedere se esso non racchiuda piuttosto un significato più profondo. In effetti anche nel verso successivo viene menzionata una donna che soffriva da 12 anni di continue perdite di sangue (cfr. Lc 8:43). In ogni caso, riteniamo che i dati raccolti finora siano sufficienti perlomeno per ipotizzare l’esistenza di un rito iniziatico e metaforico consistente nel simulare la morte di un giovane primogenito (accompagnato dalla madre nel caso in cui egli fosse stato maschio, dal padre se femmina). Stando al vangelo di Giovanni, potremmo dedurre che in alcuni casi il giovane primogenito veniva posto vivo in un sepolcro, senza cibo né acqua e, probabilmente, avvolto in bende funerarie (cfr. Gv 11:44) per simboleggiare la sua morte. Dopo un periodo di tempo non precisato, egli veniva tratto fuori, come risorto, per simboleggiare la rinascita a nuova vita.
Per concludere possiamo notare come, rileggendo gli episodi delle resurrezioni in chiave iniziatica e metaforica, essi riescono a spiegare perfettamente i brani contenuti nel vangelo di Filippo vv. 21, 63.

MAR

 

Alessio De Angelis

Leave a Reply

Your email address will not be published.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi